giovedì 17 settembre 2026

Recensione: Cara Debbie

 

Cara Debbie

di Freida McFadden


Editore: Newton Compton Editori

Prezzo Cartaceo: € 12,90
eBook: 6,99
Pagine: 288
Titolo originale: Dear Debbie
Traduzione a cura di: Eleonora Motta

L’autrice più venduta al mondo

Dall'autrice del bestseller Una di famiglia

Oltre 56 milioni di copie vendute nel mondo

Debbie ha passato anni a dare consigli perfetti. Ora è arrivato il momento di seguire il suo miglior consiglio: vendicarsi.


«La coraggiosa e irriverente Debbie è un’antieroina fuori da ogni schema, destinata a restare.»
Kirkus

«I lettori che hanno amato Millie faranno subito il tifo anche per Debbie… La schiera sempre più vasta dei fan di Freida McFadden divorerà questo romanzo.»
Booklist

«Questo thriller oscuro e ironico farà spuntare un sorriso malizioso sul viso di ogni lettore.»
Publishers Weekly

Debbie Mullen sta perdendo il controllo. Per anni ha dispensato i suoi migliori consigli nella rubrica “Cara Debbie”, dove le mogli del New England scrivono cercando aiuto e comprensione. Grazie al suo lavoro, Debbie ha ascoltato i racconti di innumerevoli donne ignorate, sminuite e persino maltrattate dai loro mariti. E ha sempre cercato di guidarle verso la strada giusta. Fino a che una lettera, misteriosa e inquietante, non le fa mettere tutto in discussione perché rischia di disseppellire un passato che deve rimanere dimenticato. D’un tratto, la sua vita tanto ordinaria sembra andare in frantumi: perde il lavoro, le figlie adolescenti iniziano a comportarsi in modo strano e scopre che il marito le nasconde dei segreti… o almeno così pare dall’app che gli ha installato sul telefono. Stavolta Debbie ha deciso che essere “quella più matura” non fa per lei. Ha smesso di essere ragionevole e pratica. È ora di passare dai consigli all’azione e di far pagare il conto a chi se lo merita davvero.    


Freida McFadden torna con un nuovo thriller psicologico e ci presenta una protagonista decisamente particolare: Debbie Mullen.

Debbie è una moglie e una madre che conduce una vita apparentemente normale. Da anni si occupa della rubrica “Cara Debbie”, attraverso la quale ascolta i problemi di altre donne e cerca di offrire loro una soluzione. È abituata a osservare le situazioni degli altri con lucidità, a trovare le parole giuste e, soprattutto, a dispensare consigli. Ma quando è la sua vita a complicarsi, mantenere quella stessa lucidità diventa tutt’altro che semplice.

Fin dalle prime pagine, Debbie mi ha incuriosita proprio perché non è la classica protagonista perfetta, quella con cui è facile entrare immediatamente in sintonia. È un personaggio pieno di sfumature, con i suoi difetti, le sue insicurezze e le sue contraddizioni. In alcuni momenti è difficile comprenderla fino in fondo, in altri ci si ritrova quasi a giustificarne i comportamenti. Ed è proprio questa ambivalenza a renderla interessante.

Mi è piaciuto soprattutto il modo in cui McFadden costruisce il personaggio partendo dalla sua quotidianità. Debbie, prima ancora di essere la protagonista di un thriller, è una donna alle prese con la famiglia, il lavoro, le aspettative degli altri e quelle che ha nei confronti di se stessa. Dietro la persona che sembra avere sempre una risposta per tutti emerge così qualcuno che, forse, non ha mai avuto davvero il tempo di chiedersi cosa volesse per sé.

Ed è proprio questo contrasto che ho trovato particolarmente interessante: quanto è facile dare consigli agli altri quando non siamo noi a dover affrontare le conseguenze delle nostre scelte?

La storia parte da una situazione che potrebbe sembrare quasi ordinaria, ma l’autrice riesce progressivamente a introdurre elementi di tensione che cambiano la percezione di ciò che stiamo leggendo. 

Ho apprezzato molto è anche la componente ironica, nonostante sia un thriller psicologico, Cara Debbie non mantiene per tutto il tempo un'atmosfera cupa e pesante. Alcune situazioni sono raccontate con un’ironia che mi ha strappato più di un sorriso e che, a mio parere, si sposa bene con il carattere della protagonista, questo rende la lettura più dinamica e impedisce alla storia di diventare troppo opprimente.

Come spesso accade nei romanzi di Freida McFadden, anche lo stile contribuisce molto alla scorrevolezza. La scrittura è semplice, diretta e senza troppi fronzoli, mentre i capitoli brevi permettono di procedere velocemente. È una di quelle letture che si prestano particolarmente bene a essere affrontate anche quando si ha poco tempo, perché ogni capitolo lascia abbastanza curiosità da spingere a continuare e proprio questa è uno degli elementi che, secondo me, funzionano meglio. 

L’autrice non svela immediatamente tutte le sue carte, ma accompagna il lettore attraverso una serie di situazioni che invitano a farsi delle domande. Mi sono ritrovata più volte a formulare delle ipotesi e a cambiare idea, cercando di capire dove volesse portarci la storia. Il romanzo non si limita a costruire mistero intorno a ciò che accade, ma utilizza la situazione per mostrarci una protagonista che, nel corso della storia, diventa sempre più difficile da interpretare. Questo continuo oscillare tra ciò che pensiamo di sapere e ciò che potremmo aver frainteso rende la lettura coinvolgente.

Altro tema fondamentale e interessante del romanzo è quello delle apparenze, quello che vediamo dall’esterno non sempre corrisponde a ciò che accade realmente dietro le porte di casa. E quando una persona passa gran parte della propria vita cercando di apparire in un certo modo agli occhi degli altri, prima o poi diventa inevitabile chiedersi cosa ci sia davvero dietro quell’immagine.

Durata  della lettura:  5 giorni
Bevanda consigliata: tè freddo al limone
Formato consigliato: Cartaceo
Età di lettura consigliata: dai 16  anni
Webebsite dell'autrice: Freida McFadden



" A volte, basta così…"


 

Si ringrazia la casa editrice per la copia omaggio

mercoledì 16 settembre 2026

Review Party: Evelina non è pazza per niente

Benvenut* al Review Tour di "Evelina non è pazza per niente" di Rossella Carboni, un romanzo speciale, con una storia e una protagonista difficili da dimenticare. Non dimenticate di passare anche dagli altri blog partecipanti per scoprire tutte le recensioni dedicate a questa lettura!

Evelina non è pazza per niente

di Rossella Carboni
Editore: Corbaccio
Prezzo cartaceo: 18,00
Pagine: 272

«L’umorismo malinconico di Evelina, la sua casa piena di tesori dimenticati, il suo modo di scandalizzarsi e di rintanarsi nelle sue abitudini per poi rivelarsi, però, la più audace e intraprendente di tutti ce la fanno amare alla follia. Altro che pazza, i pazzi siamo noi: siamo tutti pazzi di Evelina!» ALICE BASSO 

 A Evelina danno tutti della pazza. In effetti prende ansiolitici come fossero caramelle e si trova più a suo agio con le cose che con le persone. Fa la postina, ma non è molto brava neanche nel suo lavoro. È troppo strana. O così le dicono… La sua passione è collezionare oggetti considerati inutili: l’insegna al neon di un barche non esiste più, una vecchia macchina del caffè, birilli di legno. Vorrebbe chiudersi in casa con loro. Soprattutto ora che ha scoperto che la gente ride delle sue «stranezze». Tutti. L’unica che non ride, l’unica che la capisce, è Lucilla, la vicina anziana che la considera una figlia. Quando Lucilla si ammala gravemente, le affida un segreto: una lettera da consegnare a un uomo. A New York. Evelina ha paura. Così lontana non è mai stata. Ma dopotutto è una postina. E forse è arrivato il momento di dimostrare a tutti che lei, le lettere, le sa consegnare. Che lei non è poi così strana. Ancora non lo sa, ma spesso sono proprio i posti più lontani da dove abitiamo quelli in cui, all’improvviso, ci sentiamo a casa. E forse sarà dall’altra parte dell’oceano che la parola «strana» assumerà per Evelina un altro significato. Perché gli oggetti smetteranno di essere solo un rifugio e diventeranno una chiave per entrare nella vita degli altri, per riconoscere ferite, desideri, storie messe in un angolo come cianfrusaglie. Quanta strada può fare una donna che si è sempre creduta sbagliata, quando scopre che proprio la sua diversità è ciò che la rende insostituibile? Rossella Carboni firma un esordio esplosivo. Evelina non è pazza per niente è un romanzo speciale. Una storia difficile da dimenticare, come la sua protagonista.



"Evelina non è pazza per niente" è uno di quei libri che si legge tutto d'un fiato e che rende difficile, una volta arrivati all'ultima pagina, il momento in cui dovrai salutare una volta per tutte la protagonista.

Evelina Cantagallo è una donna di cinquant’anni, fa la postina e ha un modo tutto suo di guardare il mondo. È una persona fuori dagli schemi, che agli occhi degli altri può apparire strana e che proprio per questo viene spesso giudicata ed etichettata troppo in fretta.

Evelina vive molto in compagnia dei suoi oggetti. Per lei non sono semplicemente cose vecchie o dimenticate, ma hanno un valore: sono custodi di ricordi e storie. Sono una presenza, un rifugio e, in qualche modo, anche una protezione da un mondo che non sempre riesce a comprenderla.

Evelina riesce a vedere un valore dove gli altri non vedono più nulla e, forse, è proprio questo che dice molto di lei: il suo particolare modo di guardare ciò che gli altri considerano inutile è anche il suo modo di osservare le persone. Quello che all’inizio sembra essere soltanto un rifugio dalla solitudine diventa anche un modo per entrare in contatto con le storie degli altri e, pagina dopo pagina, un vero e proprio balsamo per le sofferenze delle persone che incontrerà nel corso della storia.

L’unica persona che sembra comprenderla e volerle bene è Lucilla, l’anziana vicina che Evelina considera quasi una seconda madre. Quando Lucilla si ammala, le affida un compito che per Evelina è tutt’altro che semplice: consegnare una lettera a New York.

Ed è così che inizia un viaggio che non è soltanto geografico, fatto di incontri, prime volte e crescita.

Evelina, abituata alle sue certezze e alle sue abitudini, si trova improvvisamente a uscire dal suo mondo e a confrontarsi con situazioni, persone e paure che non aveva mai dovuto affrontare in quel modo. E proprio attraverso questo viaggio comincia anche a guardare sé stessa con occhi diversi.

Rossella Carboni racconta tutto questo con ironia, ma anche con una certa malinconia. Si sorride davanti alle stranezze di Evelina, ma dietro ci sono solitudine, fragilità, bisogno di essere accettati e soprattutto il desiderio di trovare il proprio posto nel mondo.

Evelina non è una protagonista perfetta e non è nemmeno sempre facile da capire. Ha le sue rigidità, le sue paure, le sue convinzioni e un modo molto particolare di affrontare quello che le succede. Ma è proprio questa sua imperfezione a renderla, almeno per me, così vera e vicina a noi.

È una storia che parla di diversità, solitudine, cambiamento e accettazione, che alterna momenti divertenti ad altri più teneri e malinconici, e questo equilibrio mi è piaciuto molto.

Soprattutto, mi ha fatto riflettere su quanto spesso giudichiamo le persone senza conoscerne davvero la storia. A volte basta che qualcuno non sia come ci aspettiamo perché venga definito “strano”, “difficile” o, come nel caso di Evelina, addirittura “pazzo”.

Ma essere diversi non significa essere sbagliati, spesso è solamente avere un modo diverso di guardare le cose e da un'angolazione che noi non abbiamo ancora imparato a vedere.

E forse è proprio questo che Rossella Carboni ci invita a fare attraverso Evelina: provare, almeno per una volta, a guardare oltre le etichette.

Un esordio che ho trovato piacevole, originale e capace di lasciare un'emozione forte. Una lettura scorrevole, divertente e malinconica allo stesso tempo, con una protagonista a cui è difficile non affezionarsi.

E alla fine mi sono ritrovata a pensare che sì, Evelina non è pazza per niente.

Durata  della lettura:  3 giorni
Bevanda consigliata: Limonata ghiacciata
Formato consigliato: Cartaceo
Età di lettura consigliata: dai 16 anni
Consigliato a chi è piaciuto: Le dirimpettaie di Serena Bortone
Website dell'autore: @rossellacarboni

   Visitate i blog che hanno partecipato a questo speciale per conoscere anche le loro opinioni.


 

Tornare a ciò che eravamo prima può darci solo un felicità illusoria. La crisi apre le porte alla trasformazione, ma se a metà del percorso torniamo indietro, ci perdiamo la possibilità di cambiare.”. Pag. 139


Si ringrazia la casa editrice per la copia omaggio

martedì 15 settembre 2026

Recensione: Noi che abbiamo conosciuto Solange

    

Noi che abbiamo conosciuto Solange
di Marie Vareille

Editore: Rizzoli
Prezzo Cartaceo: €19,00
Pagine: 416
Titolo originale: Nous qui avons connu Solange
Traduzione a cura di: Sara Arena
 

Célestine ha centosette anni e vive in una casa di riposo. È riuscita a ottenere qualcosa nella vita solo grazie alla forza delle proprie ambizioni, perché la terra in cui affondano le sue radici è terra di contadini, e da lì una ragazza nata nel 1917 non poteva prendere il volo. Célestine ha un segreto, che vuole confessare, un fatto accaduto all’inizio degli anni Cinquanta che la lega alla sorella minore Solange. Si dichiara un’omicida impunita, e oggi inizia a raccontare la sua storia.

Tutto inizia a Sarégnac, il villaggio in cui Célestine è nata e dove la famiglia manda avanti una fattoria. Purtroppo, la perdita della madre quando lei ha solo tredici anni sbriciola il suo desiderio di studiare imponendole di occuparsi del padre adottivo e dei fratelli, in particolare di Solange. È un’esistenza dura, puntellata però da entusiasmi adolescenziali: dalla scoperta dell’amore al bisogno mai spento di guardare oltre quei campi di grano.

Il rapporto tra Célestine e Solange è un legame forte, tenero. Sono, l’una per l’altra, il mondo intero. La piccola dimostra fin da subito un’attitudine alla fantasia, con lo sguardo sempre rivolto alle stelle sembra una ragazza ribelle in quel contesto chiuso, dove solo Célestine comprende e ama il suo spirito libero. Ma allora perché Solange, nei capitoli che le danno voce, sembra odiare Célestine?

Le donne ereditano il silenzio e la colpa come gli uomini la terra e i trattori, così ci viene detto, e però le donne di Marie Vareille, ognuna in maniera diversa, ognuna grazie a quanto fatto da altre prima di loro, si stagliano come eroine universali.



Il caso ha voluto che mi ritrovassi in un piccolo cinema di Torino a guardare un documentario islandese che si intitola Un giorno senza donne proprio dopo aver finito di leggere l’ultimo romanzo di Marie Vareille. Il documentario rievoca il giorno del 1975 in cui le donne islandesi di ogni età, appartenenza sociale e livello di istruzione, si unirono per astenersi da qualsiasi forma di lavoro, domestico e non, paralizzando l’intero paese. Le storie di queste donne e la potenza del loro gesto mi hanno fatta emozionare e commuovere, e mi hanno subito riportata alle donne di Noi che abbiamo conosciuto Solange

Noi che abbiamo conosciuto Solange è la storia di Marguerite, Célestine, Solange, Jeanne e Manon, donne di generazioni diverse della stessa famiglia. Ma è anche la storia delle nostre madri, delle nostre nonne e delle nostre antenate. Una storia che vuole e che deve ricordarci che fare cose che oggi ci sembrano scontate, come andare a scuola, votare, avere un conto in banca e tante altre cose ancora, fino a pochi decenni fa scontate non lo erano affatto. Marie Vareille è bravissima a mostrarci queste ingiustizie profonde, nelle cose grandi, ma anche in quelle apparentemente più piccole, nelle vite di queste donne che fanno eco a quelle raccontate da Annie Ernaux e Simone de Beauvoir.

Ma quest’ultimo romanzo di Marie Vareille non è solo una storia intergenerazionale. Fin dalle prime righe veniamo messi di fronte all’esistenza di un segreto mai svelato, un mistero che attraversa il romanzo e spinge a rimettere continuamente in discussione ciò che crediamo di aver capito, ricordandoci che ciò che ci appare in un certo modo spesso non è veramente quello che sembra.

E, per me, Noi che abbiamo conosciuto Solange è stato anche qualcosa in più: la lettera che avrei voluto ricevere dalle mie nonne e dalle mie antenate. La lettera con le loro storie e i loro desideri, le loro ambizioni e i loro interessi. Perché, come spesso ci ricorda Marie Vareille attraverso il filo della narrazione: Roma non è stata costruita in un giorno.

Durata della lettura:  Cinque giorni
Bevanda consigliata: Un infuso di erbe spontanee
Formato consigliato: Cartaceo
Età di lettura consigliata: dai 14 anni
Consigliato a chi è piaciuto: La donna gelata, di Annie Ernaux
, e Onnazaka. Il sentiero nell'ombra, di Enchi Fumiko


"Vedi bene anche tu che non hanno niente, le altre, dovrebbero essere fuori. Questo conferma la mia convinzione secondo cui molte delle ragazze o giovani donne rinchiuse in ospizi, riformatori o scuole di correzione non dovrebbero affatto essere lì, dovrebbero essere libere. Il loro unico crimine è aver avuto la sfortuna di attraversare la vita con addosso il peso di un corpo di donna."  


Si ringrazia la casa editrice per la copia omaggio

lunedì 14 settembre 2026

Recensione: L'hotel dei serial killer

 

L'hotel dei serial killer
di Kie Hojo

Prezzo cartaceo: € 12,90
Prezzo digitale: € 6,99
Pagine: 256

Secondo una leggenda, solo i criminali d’élite riescono a ottenere l’iscrizione all’Amulet Hotel. Protetto da un sistema capace di far sembrare che nulla sia mai accaduto, questo luogo è un rifugio illegale avvolto nel mistero, fondato sulla tutela assoluta della privacy e della sicurezza dei suoi ospiti. Ci sono solo due ferree regole da seguire: non arrecare danni alla struttura e non ferire né uccidere nessuno al suo interno. Quando, però, in una stanza chiusa a chiave viene rinvenuto un cadavere, l’equilibrio perfetto dell’hotel si spezza. A entrare in azione è Kiryū, una ex sicaria ora impiegata come detective, che, senza l’aiuto della polizia, dovrà smascherare il colpevole. Tra crimini perfetti, menzogne e giochi di potere, ha inizio un’indagine serrata senza esclusione di colpi.



In "L’hotel dei serial killer", il vero protagonista della storia non è un personaggio in carne e ossa, bensì un luogo: l’Amulet Hotel. È proprio tra i corridoi, le stanze e gli spazi apparentemente eleganti di questo albergo che si concentrano tutte le vicende narrate, trasformandolo in una sorta di palcoscenico sul quale, episodio dopo episodio, prendono vita crimini, misteri e personaggi decisamente poco raccomandabili.

L’Amulet Hotel è una struttura molto particolare. Da una parte accoglie clienti “normali”, dall’altra possiede un’intera ala riservata esclusivamente ai criminali. Qui possono soggiornare persone coinvolte in attività illecite, assassini e delinquenti, purché rispettino due semplici regole: non arrecare danni alla struttura e non uccidere nessuno al suo interno.

Semplice, almeno in teoria.

Perché, come spesso accade nelle storie in cui esistono delle regole, il vero divertimento nasce proprio dal tentativo di aggirarle. E se c’è qualcuno capace di cercare ogni possibile cavillo, quel qualcuno è sicuramente un criminale.

Al centro di queste vicende troviamo Kiryu, una protagonista decisamente particolare: detective dell’hotel, ma anche sicaria. È attraverso le sue esperienze e le sue indagini che veniamo a conoscenza dei diversi delitti e dei misfatti che si consumano all’interno dell’Amulet. Kiryu non è la classica investigatrice che si limita a raccogliere indizi e interrogare sospettati: il suo modo di ragionare è profondamente influenzato dal mondo criminale che conosce e frequenta. Ed è proprio questo che rende le sue deduzioni così interessanti.

I casi presentati nel libro sono molto diversi tra loro e, soprattutto, difficilmente lasciano intuire al lettore la soluzione. Si tratta spesso di delitti apparentemente impossibili, costruiti in modo da farci chiedere non soltanto chi sia il colpevole, ma soprattutto come abbia potuto commettere il delitto. La soluzione arriva quindi attraverso ragionamenti e intuizioni che ribaltano continuamente le nostre supposizioni.

Personalmente, ho trovato particolarmente interessante proprio questo aspetto: durante la lettura mi sono ritrovata più volte a cercare di anticipare Kiryu, convinta di aver capito dove volesse andare a parare, per poi scoprire che la soluzione era molto più elaborata di quanto avessi immaginato. Il romanzo riesce così a mantenere una certa tensione senza dover ricorrere continuamente a colpi di scena spettacolari.

Uno dei racconti, inoltre, mette addirittura la stessa Kiryu nella posizione di principale sospettata. La protagonista si ritrova quindi a dover risolvere rapidamente il caso per salvare non soltanto la propria reputazione, ma la propria vita. All’interno dell’Amulet Hotel, infatti, chi commette un reato viene punito con una regola tanto semplice quanto inquietante: deve morire nello stesso modo in cui è morta la vittima.

Questa particolare legge interna all’hotel aggiunge un elemento di tensione che ho apprezzato molto. Kiryu non può permettersi di sbagliare e, soprattutto, non può permettersi di perdere tempo. Il confine tra detective e possibile vittima diventa improvvisamente sottilissimo.

La lettura è resa fluida e dinamica anche dai numerosi dialoghi e dalle riflessioni ad alta voce della protagonista. Kiryu è infatti una presenza costante e il lettore ha modo di seguire abbastanza da vicino il suo modo di ragionare. Questo rende le indagini più immediate e permette di entrare nella sua particolare forma mentis, sicuramente uno degli elementi più caratteristici del libro.

Un altro aspetto che mi ha dato l'impressione di distinguere il romanzo è proprio la varietà dei casi. Ogni vicenda porta con sé nuovi personaggi, nuove dinamiche e nuovi meccanismi criminali. Per questo, durante la lettura, ho avuto spesso la sensazione di trovarmi davanti a una serie televisiva: ogni capitolo potrebbe quasi essere un episodio, con un nuovo crimine al centro della scena e un cast di personaggi che cambia di volta in volta.

Ed è proprio questa trama più generale a incuriosirmi maggiormente. Alcune vicende, infatti, non vengono completamente risolte nel singolo episodio, ma rimangono sullo sfondo e tornano più volte nel corso della storia. È il caso, ad esempio, del rapporto tra Kiryu e il suo padre adottivo, una figura importante e decisamente ingombrante nel mondo criminale. I suoi riferimenti ricorrenti sembrano quasi voler ricordare al lettore che, dietro ai singoli casi, esiste una storia più grande che potrebbe avere ancora molto da raccontare.

Ho apprezzato questa scelta perché evita che il libro sia semplicemente una successione di delitti indipendenti. L’hotel, i suoi abitanti e soprattutto Kiryu acquistano progressivamente un passato e una dimensione più ampia, lasciando la curiosità di scoprire cosa si nasconda dietro determinati personaggi e quali conseguenze possano avere le vicende accennate.

Nel complesso, L’hotel dei serial killer mi ha dato l’impressione di essere una lettura particolarmente adatta a chi ama i gialli costruiti attorno a enigmi e delitti impossibili, ma cerca qualcosa di un po’ diverso dal classico romanzo investigativo. La varietà dei casi mantiene alta la curiosità e la presenza costante dell’Amulet Hotel dà al libro un’identità precisa, quasi fosse anch’esso un personaggio della storia.

Durata della lettura: Due settimane
Bevanda consigliata: Tè al gelsomino
Formato consigliato: Cartaceo  
Età di lettura consigliata: dai 18 anni    
Consigliato a chi ha apprezzato: I sette assassini di Reiko Miori, Mikihiko Renjō


 

« Chi infrange le regole dell'hotel deve pagarne il prezzo. Chi ha tolto una vita paga con la propria, con lo stesso identico metodo del suo delitto. Questo è l'Amulet Hotel».            


Si ringrazia la casa editrice per la copia omaggio
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