di Marina Zucchelli Editore: Rizzoli Libri Prezzo Cartaceo: €18,00 Pagine: 320 Bologna, 1959. Nella stessa casa vivono due donne che sono madri, in modi diversi, dello stesso bambino. Olimpia, borghese istruita e moderna, è docile a un’idea di civiltà che la vuole sposa con figli; eppure, dopo il parto, il suo corpo sembra tradirla, aprendo piccole crepe nella sua identità. Ada, invece, arriva dalla Ciociaria: è una ragazza del popolo che ha lasciato una vita domestica carica di miseria ma anche di piccole felicità per fare da balia al neonato di Olimpia. È stata scelta perché è forte e sana, come si sceglie un animale a una fiera. E lei, nella casa nuova, impara presto a farsi presenza invisibile, mentre il richiamo dei suoi affetti le pulsa dentro con forza. Diverse in tutto, Olimpia e Ada si incontrano sul terreno inatteso di una sorellanza di gesti e corpi: quello esposto e vitale di Ada e quello fragile di Olimpia, che cerca di riconoscersi nella ferita della maternità. A osservare i loro giorni è Carolina, la domestica che ha cresciuto Olimpia e che registra, defilata, l’energia che scorre tra le due donne. In controcanto, l’enigma di Pietro, un bambino abbandonato al brefotrofio di Roma nel Ventennio, riporta in superficie la memoria di uno strappo antico, forse impossibile da ricucire. Con una prosa essenziale e di scavo, capace di dare materia ai silenzi, Marina Zucchelli illumina la storia delle balie nel Novecento, fenomeno fondativo e quasi dimenticato della nostra storia. Il risultato è un romanzo d’esordio potente, che ci interroga su cosa significhi, ieri e oggi, essere famiglia. |
Alla fine degli anni '50 Olimpia è incinta; è una donna borghese e per crescere il suo futuro bambino, perchè era così che si faceva, ha bisogno di una balia. Così lei e suo marito Marcello partono per Roma, dove Don Giulio, loro amico e parroco li aspetta, insieme ad una sensara, per aiutarli a scegliere la donna, o meglio, la ragazza giusta. Perchè in fondo sono solo ragazze che hanno bisogno di questo lavoro e si mettono in mostra come se fossero oggetti per essere scelte da famiglie benestanti. Olimpia è quasi in difficoltà, ma in un modo o nell'altro sceglie Ada: con quel pancione tondo è così simile a lei. Ada viene dalla Ciociaria, ha già tre figli e sta per mettere al mondo il quarto che avrebbe lasciato a pochi mesi dalla nascita per seguire Olimpia e Marcello a Bologna.
L'autrice riesce a far trasparire perfettamente i sentimenti di tutti i personaggi, in particolare quelli delle due donne che affrontano in modo diverso anche la maternità stessa. Il momento in cui Ada lascia la sua famiglia è descritto in modo semplice, ma intenso e di impatto, così come le sensazioni e le paure che Olimpia prova alla nascita del figlio Carlo, nascoste tra le mille domande che le frullano nella testa ma che rimangono senza risposta.
Marina Zucchelli ha esordito con un romanzo potente, carico di sentimenti, avvolto da paragoni forti, quasi estremi: penso all'inizio in cui Olimpia deve scegliere la balia e la sua mente viaggia lontana a quando da bambina andava in stalla con suo padre e passava tra le cavalle legate; o al paragone al momento del parto alla discesa all'inferno accompagnata da Virgilio.
Ricco di dialoghi brevi ma intensi alternati ai silenzi profondi e a lunghe introspezioni, questo romanzo ha un taglio particolare, una riflessione sulla maternità e su come viene vissuta, una forte riflessione sulla famiglia di ieri e di oggi
L'autrice è riuscita a portare alla luce uno spaccato storico di cui non si parla spesso e di cui non si è mai parlato spesso. L'ombra della guerra continua ad essere presente in quegli anni, in particolare nei ricordi che riaffiorano dai personaggi. Immerso in un contesto storico ben descritto, con cambi di linguaggio che vanno dall'italiano borghese, con qualche cadenza dialettale, a quello ciociaro, grammaticalmente errato e fortemente dialettale di Ada, è un libro che mi sento assolutamente di consigliare.
Formato consigliato: Cartaceo
Consigliato a chi è piaciuto: Il peso della vergogna, di Serena McLeen
"Io restavo ferma a osservare le azioni di quelli che avevano azioni da compiere, domandandomi ora più che in altre fasi della mia esistenza quale fosse il mio ruolo nell'ordine delle cose. Seduta al mio posto sotto al castagno io non vedevo l'acqua che lavava i panni, non vedevo il documento, non vedevo il faggeto ripulito, non vedevo nè la mucca né il latte.”




