Visualizzazione post con etichetta Rizzoli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Rizzoli. Mostra tutti i post

martedì 15 settembre 2026

Recensione: Noi che abbiamo conosciuto Solange

    

Noi che abbiamo conosciuto Solange
di Marie Vareille

Editore: Rizzoli
Prezzo Cartaceo: €19,00
Pagine: 416
Titolo originale: Nous qui avons connu Solange
Traduzione a cura di: Sara Arena
 

Célestine ha centosette anni e vive in una casa di riposo. È riuscita a ottenere qualcosa nella vita solo grazie alla forza delle proprie ambizioni, perché la terra in cui affondano le sue radici è terra di contadini, e da lì una ragazza nata nel 1917 non poteva prendere il volo. Célestine ha un segreto, che vuole confessare, un fatto accaduto all’inizio degli anni Cinquanta che la lega alla sorella minore Solange. Si dichiara un’omicida impunita, e oggi inizia a raccontare la sua storia.

Tutto inizia a Sarégnac, il villaggio in cui Célestine è nata e dove la famiglia manda avanti una fattoria. Purtroppo, la perdita della madre quando lei ha solo tredici anni sbriciola il suo desiderio di studiare imponendole di occuparsi del padre adottivo e dei fratelli, in particolare di Solange. È un’esistenza dura, puntellata però da entusiasmi adolescenziali: dalla scoperta dell’amore al bisogno mai spento di guardare oltre quei campi di grano.

Il rapporto tra Célestine e Solange è un legame forte, tenero. Sono, l’una per l’altra, il mondo intero. La piccola dimostra fin da subito un’attitudine alla fantasia, con lo sguardo sempre rivolto alle stelle sembra una ragazza ribelle in quel contesto chiuso, dove solo Célestine comprende e ama il suo spirito libero. Ma allora perché Solange, nei capitoli che le danno voce, sembra odiare Célestine?

Le donne ereditano il silenzio e la colpa come gli uomini la terra e i trattori, così ci viene detto, e però le donne di Marie Vareille, ognuna in maniera diversa, ognuna grazie a quanto fatto da altre prima di loro, si stagliano come eroine universali.



Il caso ha voluto che mi ritrovassi in un piccolo cinema di Torino a guardare un documentario islandese che si intitola Un giorno senza donne proprio dopo aver finito di leggere l’ultimo romanzo di Marie Vareille. Il documentario rievoca il giorno del 1975 in cui le donne islandesi di ogni età, appartenenza sociale e livello di istruzione, si unirono per astenersi da qualsiasi forma di lavoro, domestico e non, paralizzando l’intero paese. Le storie di queste donne e la potenza del loro gesto mi hanno fatta emozionare e commuovere, e mi hanno subito riportata alle donne di Noi che abbiamo conosciuto Solange. 

Noi che abbiamo conosciuto Solange è la storia di Marguerite, Célestine, Solange, Jeanne e Manon, donne di generazioni diverse della stessa famiglia. Ma è anche la storia delle nostre madri, delle nostre nonne e delle nostre antenate. Una storia che vuole e che deve ricordarci che fare cose che oggi ci sembrano scontate, come andare a scuola, votare, avere un conto in banca e tante altre cose ancora, fino a pochi decenni fa scontate non lo erano affatto. Marie Vareille è bravissima a mostrarci queste ingiustizie profonde, nelle cose grandi, ma anche in quelle apparentemente più piccole, nelle vite di queste donne che fanno eco a quelle raccontate da Annie Ernaux e Simone de Beauvoir.

Ma quest’ultimo romanzo di Marie Vareille non è solo una storia intergenerazionale. Fin dalle prime righe veniamo messi di fronte all’esistenza di un segreto mai svelato, un mistero che attraversa il romanzo e spinge a rimettere continuamente in discussione ciò che crediamo di aver capito, ricordandoci che ciò che ci appare in un certo modo spesso non è veramente quello che sembra.

E, per me, Noi che abbiamo conosciuto Solange è stato anche qualcosa in più: la lettera che avrei voluto ricevere dalle mie nonne e dalle mie antenate. La lettera con le loro storie e i loro desideri, le loro ambizioni e i loro interessi. Perché, come spesso ci ricorda Marie Vareille attraverso il filo della narrazione: Roma non è stata costruita in un giorno.

Durata della lettura:  Cinque giorni
Bevanda consigliata: Un infuso di erbe spontanee
Formato consigliato: Cartaceo
Età di lettura consigliata: dai 14 anni
Consigliato a chi è piaciuto: La donna gelata, di Annie Ernaux
, e Onnazaka. Il sentiero nell'ombra, di Enchi Fumiko


"Vedi bene anche tu che non hanno niente, le altre, dovrebbero essere fuori. Questo conferma la mia convinzione secondo cui molte delle ragazze o giovani donne rinchiuse in ospizi, riformatori o scuole di correzione non dovrebbero affatto essere lì, dovrebbero essere libere. Il loro unico crimine è aver avuto la sfortuna di attraversare la vita con addosso il peso di un corpo di donna."  


Si ringrazia la casa editrice per la copia omaggio

mercoledì 5 agosto 2026

Recensione: Serenata salentina



  Serenata salentina

 di Catena Fiorello Galeano

 Editore: Rizzoli
 Prezzo: €18,50
 Pagine: 336
 
 A quarantadue anni, Gabriella ha scoperto sulla propria pelle che il "vissero felici e contenti" è una grande bugia. Tradita dal marito per un'altra donna, e con i due adorati figli in vacanza, si ritrova in una casa all'improvviso vuota. In quell'estate torrida, non sa ancora che la salvezza l'aspetta su una panchina del parco: lì incontra Giulia, attrice intrappolata in un amore bugiardo, e Marta, che porta nel cuore un distacco lacerante dai figli. A loro si uniranno Teresa, in cerca di respiro dopo una tragedia, e Luana, una vicequestora con una verità inconfessabile che la lega a doppio filo proprio a Gabriella. Basta poco perché le loro solitudini si trasformino in un'alleanza. Quando Giulia decide di raggiungere l'amante per affrontarlo e mettere fine al suo inganno, queste cinque amiche per caso sfidano la sorte con un viaggio improvvisato verso il Salento. Tra il bianco delle masserie, il canto delle cicale e le acque turchesi della Puglia, quella che nasce come una spedizione di supporto diventerà un'avventura indimenticabile e un vero patto di sorellanza. In quella terra baciata dal sole, sulle note di un'antica serenata in grico, Gabriella e le sue compagne scopriranno che la fine di una storia può essere il preludio di un'estate straordinaria. 




Se anche voi siete stat* lasciat* e vi siete ritrovat* a dover ricostruire tutto da zero, voi stess*, le vostre abitudini, i vostri desideri e persino le vostre amicizie, allora in questo romanzo vi riconoscerete profondamente.

Gabriella, la protagonista, viene lasciata dal marito per la sua segretaria... incinta. Sì, proprio uno dei cliché boomer più classici che possano esistere. Dopo il crollo iniziale, la rabbia e l'incredulità, una semplice passeggiata al parco finisce per cambiare il corso della sua vita. 
Su una panchina incontra Giulia e il suo adorabile cane Platone. Tra le due nasce subito un'intesa speciale e, poco dopo, si aggiunge Marta, una donna colta, brillante e ricca di storie da raccontare, ma con una ferita profonda che si porta dentro da anni.

Da quel momento prende forma un'amicizia sincera fatta di chiacchiere, cene, gite improvvisate e confidenze che arrivano dritte al cuore. Ma il cerchio si allarga: arrivano anche Luana, e vi assicuro che il modo in cui lei e Gabriella si conoscono è tutto fuorché ordinario, e Teresa, una donna che custodisce un segreto capace di spezzare il cuore.
Queste donne si raccontano senza filtri: relazioni finite, figli lontani, amori tossici, occasioni perdute e sogni accantonati troppo presto. E proprio grazie all'ascolto reciproco scoprono qualcosa di fondamentale: non è mai troppo tardi per reinventarsi.
Catena Fiorello Galeano ci regala una storia che parla di seconde possibilità, di rinascita e del coraggio di rimettersi in gioco quando la vita sembra averci tolto ogni punto di riferimento. Il messaggio è semplice ma potente: possiamo sempre cambiare rotta, liberarci dei sensi di colpa e dei pesi che ci trasciniamo dietro da anni e ricominciare davvero a vivere.
L'atmosfera mi ha ricordato molto certi film di Ferzan Özpetek: grandi tavolate, amicizie nate quasi per caso, persone molto diverse tra loro che si incontrano e imparano ad affrontare insieme i propri demoni. Una storia corale, calda e accogliente, che celebra il valore delle relazioni umane e della condivisione.

È una lettura perfetta per l'estate, per quei momenti in cui sentiamo il bisogno di rallentare, fare ordine dentro di noi e ricordarci ciò che conta davvero. Un inno all'amicizia femminile, alla comunicazione, alla solidarietà e alla straordinaria capacità di rialzarsi dopo una caduta.

E poi c'è la Puglia.  In questo romanzo non è un semplice sfondo, ma un vero e proprio personaggio. l'autrice la racconta con un amore così contagioso che, pagina dopo pagina, viene voglia di preparare la valigia e partire immediatamente. E se non amavate la Puglia prima, questo libro riuscirà senza dubbio a farvi innamorare anche di lei.

Consigliatissimo a chi ha bisogno di una coccola per il cuore, di una storia che parli di rinascita e di un promemoria prezioso: anche dopo le tempeste più forti, è sempre possibile ricominciare.

Durata totale della lettura: Quattro giorni
Bevanda consigliata: Tisana freadda alla lavanda
Formato consigliato: Cartaceo
Età di lettura consigliata: dai 13 anni
Consigliato a chi ha apprezzato: Come brace coperta di Alice Malerba



" Ormai l'abbiamo capito che si diventa forti sommando le nostre debolezze."



Si ringrazia la casa editrice per la copia omaggio

venerdì 24 luglio 2026

Recensione: Tutte le mattine di Sybil

Tutte le mattine di Sybil
di Virginia Evans


Editore: Rizzoli
Prezzo Cartaceo: € 18,50
Prezzo ebook: €11,99
Pagine: 372
Titolo originale: The Correspondent

Traduzione a cura di: Giuseppina Oneto

Sybil Van Antwerp ha settantatré anni, cura il giardino della sua bella casa che le regala splendide fioriture primaverili e non ama vivere fuori, nel mondo. Nella vita di prima è stata un’avvocatessa stimata, una moglie e una madre, ma ora predilige un’attività su tutte: scrivere lettere. Ha iniziato all’età di nove anni e non ha mai smesso, nemmeno nell’era digitale, nemmeno ora che la vista vacilla. Scrivere missive è una meravigliosa attività umana, su questo non ha dubbi. I suoi destinatari sono molteplici, dalle amiche al vicino signor Lübeck, al gentile assistente di un’agenzia che si occupa di test del dna. E poi tiene la corrispondenza con scrittrici e scrittori, con cui condivide il proprio giudizio sui loro romanzi e certe visioni della vita. E con Harry, un giovane con difficoltà a integrarsi. Quando si scrive, sostiene, bisogna andare piano; perché “la fretta può farci mettere su carta cose che non intendevamo e ci si svuota”. Tra i chiaroscuri della vita di una donna che si avvicina alla vecchiaia, c’è anche un destinatario non identificabile a cui Sybil confessa il suo dolore più grande, senza però inviare alcuna lettera. E solo quando questa sofferenza implacabile, un mistero che sembra inafferrabile, troverà la sua piena voce sul foglio, Sybil potrà finalmente cercare, di nuovo, il suo posto nel mondo.
Tutte le mattine di Sybil è un romanzo irresistibile che trascina il lettore in un universo ricchissimo di sfumature, sentimenti mai rivelati, e testimonia un amore incrollabile per la vita.



C'è un'avvertenza che andrebbe posta sulla copertina di questo libro: attenzione, può causare un'irrefrenabile e improvvisa voglia di scrivere lettere. Di quelle vere, scritte a mano, con la penna che scivola sulla carta, da spedire a persone lontane o semplicemente da raccogliere in un cassetto, come un diario segreto delle proprie memorie.

Ma partiamo dall’inizio.

Anzi, ancora una premessa.

Forse mi colloco in una categoria di lettori minori, ma sono sempre terribilmente affascinata dalle fascette che in maniera così ammiccante titolano: “Il romanzo fenomeno del passaparola, New York Times bestseller che ha conquistato oltre un milione di lettori”. L'esperienza mi dice che, quasi sempre, questi sono esattamente i romanzi che finiscono nei miei preferiti dell’anno.

E ora, iniziamo seriamente. 

La nostra protagonista è Sybil, una donna che conosciamo quando ormai si trova nell'ultima, malinconica e riflessiva fase della sua vita. Ex avvocata e cancelliera di un celebre giudice, la incontriamo quando le toghe e i tribunali sono ormai un lontano ricordo della sua pensione. Nella sua vita, di cose ne sono successe: un incessante susseguirsi di eventi che non vogliono trovare pace. In questo vortice di cambiamenti, però, una sola costante è rimasta immutata: la sua dedizione quasi sacra allo scrivere lettere.

Per Sybil, la scrittura è un rituale. È un modo per raccontarsi, sì, per condividere la propria opinione affilata sul mondo, ma è soprattutto un atto terapeutico, un modo per mettere ordine nel caos dei ricordi e dei sentimenti. Le sue lettere sono rigorosamente scritte a mano, sigillate in una busta e affidate alla lenta liturgia della posta, con i suoi ritardi, le sue attese trepidanti e le risposte che, prima di essere scritte, devono essere a lungo meditate.

È attraverso questo magnifico archivio di corrispondenza che la sua vita si svela davanti a noi. Ricostruiamo la sua fitta rete di contatti, che spazia dai parenti stretti agli amici di una vita, dagli ex colleghi ai vicini di casa, fino a sconosciuti incontrati per caso e persino a icone letterarie come Joan Didion. In questi frammenti di lei, che ci arrivano come pezzi di un puzzle, scopriamo i momenti che l'hanno definita: cosa accadde davvero, tanti anni fa, in riva a quel lago mentre seguiva un caso che le cambiò la vita; le complesse dinamiche del divorzio dal marito e l'evoluzione del loro rapporto, così come quello con i figli, ormai adulti e distanti.

Ma scopriamo anche che ci sono dolori mai sopiti, ferite antiche che strisciano inesorabili tra le righe. Lettera dopo lettera, un sottile filo di malinconia si dipana, e ciò che all'inizio appariva confuso e frammentato acquista una chiarezza disarmante. Il cuore di Sybil si apre completamente, e le risposte alle domande che ci eravamo posti arrivano, potenti e commoventi.

Il formato epistolare, così magistralmente orchestrato, non è solo un espediente narrativo, ma l'anima stessa del romanzo. È un modo per raccontare una storia, che ci trasforma da semplici spettatori a destinatari silenziosi. Ci permette di entrare nel cuore della protagonista in punta di piedi, quasi con timore reverenziale, per poi sentirci liberi di abbracciarla con tutte le sue contraddizioni. Vediamo ogni sfumatura delle sue emozioni, la sua intelligenza acuta, la sua vulnerabilità inaspettata. E se è vero che iniziamo ad amarla fin dalla prima lettera, arrivati all'ultima pagina il pensiero di doverla lasciare diventa quasi insopportabile.

Quando si chiude il libro, la sensazione non è quella di aver finito una storia, ma di aver trascorso del tempo prezioso con una persona reale. 

Durata totale della lettura: 5 giorni
Bevanda consigliata dall'autrice: Sarti Rosa
Formato consigliato: ebook
Età di lettura consigliata: dai 18 anni
Instagram dell'autrice: Virginia Evans
Consigliato a chi ha apprezzato: Mai stati così felici di Claire Lombardo


      "La parola scritta, signor Watts, la parola scritta nero su bianco. Significa le lettere. Significa i libri. Significa la legge. E' tutta la stessa cosa. L'ho bene o male sentito sempre sin da quando ho memoria di me, e scrivo lettere da mandare nel mondo dacché mi è riuscito di comporre una frase con la penna (età nove anni)"


Si ringrazia la casa editrice per la copia omaggio.

venerdì 17 luglio 2026

Recensione: Tutto inizia quando smetti di aspettare

 

Tutto inizia quando smetti di aspettare
di Riccardo Bertoldi

Editore: Rizzoli
Prezzo Cartaceo: €18,50
Pagine: 336

C’è un’infelicità sottile che nasce quando smettiamo di respirare a fondo, mentre restiamo soffocati da un elenco infinito di doveri e dalla paura di deludere chi ci circonda. Anche la vita di Riccardo era così. Fino a quando una perdita devastante, la morte del padre, gli svela una difficile verità: il tempo non si aggiunge alla nostra vita, ma si toglie. E quelle ultime parole sussurrate da suo papà – “Volevo fare tante cose” – diventano per Riccardo una spinta inarrestabile a cambiare tutto. Trovando un coraggio che non pensava di avere, affronta le sue paure più grandi: rifiuta un contratto di lavoro sicuro, abbandona quelle che riteneva delle certezze e prende un volo senza biglietto di ritorno per l’Oriente.
Inizia così un viaggio trasformativo tra l’energia di Bali, i cieli illuminati dalle lanterne in Thailandia, la fioritura dei ciliegi in Giappone e la ruvida natura del Vietnam. Un cammino che innesca una discesa a capofitto dentro se stesso, in cui Riccardo imparerà a svuotare lo zaino dai timori e dalle aspettative.


Questa storia vera, intima e potente, è uno specchio in cui ritrovare noi stessi. Un invito a lasciar andare ciò che ci fa male e a non risparmiare sulla nostra felicità, promettendoci di non sprecare mai più il valore del nostro tempo. Perché tutto inizia quando smetti di aspettare.



Ci sono periodi della vita in cui si ha la sensazione di esistere in una terra di mezzo, si rimanda una decisione, si aspetta che qualcosa cambi, si immagina che la felicità appartenga sempre a un tempo successivo. È da questa condizione, tanto comune quanto silenziosa, che prende forma Tutto inizia quando smetti di aspettare di Riccardo Bertoldi. Più che raccontare una vicenda, l’autore esplora uno stato d'animo, trasformandolo in una narrazione che invita il lettore a interrogarsi sul rapporto con il tempo, con le aspettative e con quella parte di noi che continua a rimandare il momento di vivere davvero.

La forza del libro risiede proprio nella sua capacità di dare voce a emozioni difficili da definire. Non punta sull'effetto sorpresa né sulla costruzione di una trama ricca di svolte improvvise, sceglie invece di soffermarsi su ciò che spesso passa inosservato, le esitazioni, i silenzi, i pensieri che ci accompagnano quando ci troviamo davanti a un bivio. È una narrazione che procede con discrezione, lasciando spazio alle sfumature e affidando alle emozioni il compito di guidare il lettore.

I protagonisti sono costruiti con autenticità, non incarnano modelli da imitare né rappresentano figure eccezionali, sono persone attraversate da dubbi, fragilità e contraddizioni, proprio come accade nella realtà. Bertoldi evita di trasformarli in simboli e li lascia semplicemente essere, permettendo al lettore di riconoscersi nelle loro incertezze più che nelle loro certezze. È questa normalità, mai banale, a renderli credibili.

Uno degli elementi più interessanti dell'opera è il modo in cui riflette sul peso delle aspettative. Spesso siamo noi stessi a costruire immagini idealizzate del futuro, convinti che la serenità dipenda da ciò che ancora non possediamo e il libro mette delicatamente in discussione questa convinzione, mostrando come l'attesa possa trasformarsi in una forma di immobilità emotiva. Non lo fa attraverso frasi a effetto o messaggi consolatori, ma lasciando che siano le esperienze dei personaggi a suggerire una prospettiva diversa. Anche la scrittura segue questa stessa filosofia, l’autore rinuncia volutamente alla ricerca dell'effetto spettacolare e sceglie una lingua limpida, essenziale, costruita su dialoghi naturali e immagini quotidiane. È una prosa che non vuole impressionare, ma creare vicinanza. Questa apparente semplicità, però, non va confusa con superficialità, dietro uno stile misurato si percepisce la volontà di lasciare spazio al lettore, senza guidarne continuamente le emozioni o suggerirgli cosa dovrebbe provare e questa scelta rappresenta, a mio avviso è il principale punto di forza del libro. Bertoldi rallenta e Affida il peso della storia ai dettagli, ai dialoghi, ai momenti di sospensione. È una scrittura che richiede disponibilità all'ascolto e che restituisce di più a chi accetta di lasciarsi accompagnare senza fretta.

Tutto inizia quando smetti di aspettare non offre risposte definitive, né pretende di insegnare come affrontare l'esistenza. Il suo valore sta nella capacità di aprire uno spazio di riflessione autentico, in cui ciascuno può ritrovare qualcosa della propria esperienza.

Durata  della lettura:  7 giorni
Bevanda consigliata: succo alla pesca freddo
Formato consigliato: Cartaceo
Età di lettura consigliata: dai 16 anni
Consigliato a chi è piaciuto: Finché il caffè è caldo di Toshikazu Kawaguchi
Website dell’autore: Riccardo Bertoldi

 

  "La vita non sempre cambia quando accade qualcosa di straordinario. Spesso cambia quando smettiamo di rimandarla."

 


Si ringrazia la casa editrice per la copia omaggio

lunedì 22 giugno 2026

Recensione: Tutte le volte che le donne

  

Tutte le volte che le donne
di Cathy La Torre

Editore: Rizzoli
Prezzo cartaceo: € 18.00
Pagine: 268

C’è stato un tempo in cui la vita delle donne era solo una conseguenza del marito che si sposava. Poi è arrivato il Sessantotto e la rivoluzione sessuale che ha ribaltato radicalmente questo copione per le più giovani. Mentre le donne già sposate, strette nelle loro esistenze ordinate, si sono trovate all’improvviso travolte da mille pensieri di libertà. Come tre valchirie danzanti, Tina, Gabriella e Maria compiono la loro metamorfosi personale in un condominio romano di Talenti. Tre vite che si incontrano sul pianerottolo e piano piano diventano indispensabili l’una per l’altra, legate da un’amicizia quotidiana, fatta di confidenze, silenzi e osservazioni reciproche. Cresciute in un mondo che assegna ruoli rigidi alle donne, le tre amiche affrontano matrimoni spesso più di convenienza che sentimentali, maternità vissute tra dovere e ambivalenza, desideri repressi, tradimenti e improvvise fughe. Intorno a loro si muove un Paese in trasformazione: il boom economico, la Dolce Vita, l’emancipazione femminile, il divorzio. In un arco temporale che si estende dagli anni Sessanta al Capodanno del nuovo millennio, Serena Bortone ci regala tre donne indimenticabili, imprigionate in una vita dove il “buon matrimonio” non corrisponde a felicità. Gabriella rimugina e trova nei suoi pensieri la forza di scrollarsi di dosso un matrimonio stanco. Maria sogna e ogni tanto sparisce. Tina scopre l’eros e decide di tenerselo stretto. A ogni costo. “Le dirimpettaie” è un romanzo corale, vorticoso, irresistibile. Una storia che parla di noi, delle nostre madri, e di tutto quello che ci portiamo ancora addosso quando proviamo a scegliere la nostra vita. 

Seguivo già Cathy La Torre sui social da tempo. Mi piace il suo modo di comunicare: diretto, ironico, capace di affrontare temi complessi senza risultare pesante. Non ero però mai stata a un suo spettacolo e Tutte le volte che le donne è stato il mio primo vero incontro con lei attraverso un libro.

L'inizio è già una dichiarazione di intenti. Si parte con un "quizzettone" che mette subito alla prova lettrici e lettori. Confesso di aver saputo rispondere correttamente a circa la metà delle domande. L'altra metà è stata una scoperta. E forse è proprio questo il senso del libro: farci rendere conto di quante cose non sappiamo.

Uno dei primi capitoli è dedicato a tutto ciò che ci circonda e che è stato inventato da donne. Dalla lavastoviglie al sacchetto di carta, passando per molte altre invenzioni che utilizziamo ogni giorno senza conoscerne l'origine. È una lettura che sorprende perché smonta un'idea implicita che spesso abbiamo interiorizzato: quella secondo cui il progresso tecnologico e scientifico sia stato quasi esclusivamente una questione maschile. Ma il capitolo che mi ha fatto più arrabbiare è stato senza dubbio quello dedicato al valore economico delle donne. Leggere dati, studi e riflessioni sul divario retributivo tra uomini e donne significa prendere atto di una realtà che conosciamo già, ma che continua a essere difficile da accettare. Non si tratta soltanto di numeri: dietro quelle percentuali ci sono possibilità negate, indipendenza economica limitata e opportunità distribuite in modo diseguale.

E poi ci sono le città. O meglio, i nomi delle nostre strade. Quante sono dedicate alle donne? La risposta, temo, la immaginiamo tutti: pochissime. Un dato che colpisce perché racconta molto del modo in cui scegliamo di costruire la memoria collettiva. Lo stesso accade con le statue: gli uomini vengono celebrati per ciò che hanno fatto, le donne spesso per come appaiono. Giovani, nude, sensuali, sessualizzate. Anche nello spazio pubblico emerge una differenza che difficilmente può passare inosservata.

Uno dei concetti più interessanti affrontati nel libro è l'effetto Matilda, il fenomeno per cui scoperte e risultati ottenuti da donne vengono attribuiti a colleghi uomini. Da qui il passo verso termini ormai sempre più diffusi come mansplaining, manterrupting, bropriating e hepeating è breve. Quattro parole inglesi, quattro manifestazioni diverse dello stesso problema: la difficoltà di riconoscere pienamente la voce e il contributo delle donne.

Tra Nobel negati, scoperte scientifiche attribuite ad altri e donne cancellate dalla storia ufficiale della fisica, della chimica, della biologia e dell'astronomia, ci si imbatte in pagine che fanno davvero arrabbiare. Perché raccontano storie che avrebbero meritato ben altra sorte.

Particolarmente interessante è anche il capitolo dedicato alle invenzioni e alle idee che fanno parte della nostra quotidianità. Ho scoperto, per esempio, che il Monopoly fu ideato da Elizabeth Magie Phillips molto prima che diventasse il celebre gioco che tutti conosciamo. Un'altra storia che dimostra quanto spesso i nomi delle donne siano stati rimossi dal racconto dominante.

Mi ha colpito anche il capitolo dedicato a cinque donne che hanno compiuto scoperte fondamentali e che la storia ha quasi dimenticato. Tra queste, Nettie Stevens, la scienziata che identificò il ruolo del cromosoma Y nella determinazione del sesso biologico. Una scoperta enorme, eppure un nome che raramente compare nei libri di scuola.

C'è poi un capitolo dal titolo volutamente provocatorio, Leggi del cazzo, dedicato a tutte quelle norme scritte dagli uomini che per secoli hanno stabilito cosa una donna potesse o non potesse fare. Un titolo che fa sorridere, ma che introduce pagine che raccontano una realtà tutt'altro che divertente.

Il libro si conclude con le storie delle donne che hanno detto no. Donne che hanno sfidato convenzioni e leggi ingiuste, cambiando il corso della storia. Tra queste c'è Franca Viola, simbolo della lotta contro il matrimonio riparatore, una vicenda che ancora oggi dovrebbe essere conosciuta e raccontata molto di più.

Tutte le volte che le donne non ha la pretesa di essere un'opera esaustiva. Lo dice chiaramente anche Cathy La Torre: è un catalogo, necessariamente incompleto, di storie, invenzioni, conquiste e ingiustizie. Ma è proprio questo il suo valore. Ogni pagina accende una curiosità, ogni capitolo apre una porta, ogni nome invita ad approfondire.

Ho terminato la lettura con una lista di donne da cercare, storie da approfondire e una certezza: non manca la presenza delle donne nella storia. Mancano, troppo spesso, i racconti che le riguardano.

Durata totale della lettura: una settimana
Bevanda consigliata: limonata ghiacciata
Formato consigliato: cartaceo
Età di lettura consigliata: a partire 15 anni
Consigliato a chi ha apprezzato: L'elisir dei sogni di Sara Ahmed



«Questo libro parla di donne che hanno cambiato il mondo. Donne che hanno guardato un problema, ci hanno pensato su, e hanno trovato una soluzione. Donne che hanno scoperto, inventato, fondato, curato, difeso. Donne i cui nomi non compaiono nei libri di storia perchè qualcuno ha deciso che non valeva la pena raccontarle.»


Si ringrazia la casa editrice per la copia omaggio

mercoledì 17 giugno 2026

Recensione: L'arte di mettere in ordine i pensieri

   

L'arte di mettere in ordine i pensieri
di Toyama Shigehiko

Editore: Rizzoli
Prezzo Cartaceo: €18,00
Pagine: 272
Titolo originale: Shiko no seirigaku
Traduzione a cura di: Giuseppe Garassino
 

Pubblicato per la prima volta nel 1983, L’arte di mettere in ordine i pensieri è un classico della saggistica giapponese, e come tutti i classici riesce a parlarci con forza immutata anche a distanza di tempo: decenni dopo, nell’era del sovraccarico informativo e dell’intelligenza artificiale, è utile più che mai a ricordarci che la conoscenza, da sola, non equivale alla saggezza; anzi, più accumuliamo nozioni, più è facile smettere di pensare veramente.

Se infatti siamo stati educati a essere alianti, addestrati cioè a seguire le istruzioni ma incapaci di sollevarci senza un traino esterno, oggi la sopravvivenza intellettuale e professionale appartiene agli aeroplani, ossia a coloro che sanno generare una spinta autonoma, trasformando la conoscenza passiva in una creazione autentica, personale e libera. In un panorama dominato da macchine che archiviano e riproducono dati con una velocità e una precisione che non potremo mai eguagliare, la vera sfida risiede nel rivendicare il valore dell’originalità. Toyama mostra come coltivare questa spinta propulsiva attraverso semplici pratiche: lasciare che le idee «fermentino» nel tempo con il coraggio della pazienza, imparare quando prendersi una pausa da un problema e usare l’oblio selettivo come strumento per sbarazzarsi del superfluo e mantenere la mente lucida e creativa.

In parte manuale pratico e in parte saggio filosofico, L’arte di mettere in ordine i pensieri è una cassetta degli attrezzi per nutrire il pensiero indipendente e insieme un invito a riscoprire la «realtà primaria» dell’esperienza lontano dalla cultura della produttività, a ritornare alle abitudini analogiche e all’attenzione profonda: non per fare di più, ma per pensare meglio e vivere con maggiore chiarezza.



Mi sono lanciata su L’arte di mettere in ordine i pensieri di Toyama Shigehiko sulla scia della mia imperturbabile fedeltà alla primissima Marie Kondo di Il magico potere del riordino, bibbia alla quale periodicamente attingo per stroncare sul nascere la mia tendenza all’accumulo.  

È indubbio che ci troviamo in un’epoca di eccesso di informazioni: dati, notizie, immagini, che ci piovono addosso, ma che andiamo anche a cercare in prima persona. Mi piace sempre un po’ vedere le nostre teste come dei contenitori di idee e pensieri, alimentati da quello che ci mettiamo in saccoccia durante le nostre esperienze. Come se avessimo uno zainone sulle spalle, in cui raccogliamo incontri, persone, luoghi, libri, suoni, immagini. E però ad un certo punto può succedere che questi zainoni strabordino, cosa che ancor di più accade oggi nella nostra perenne immersione nel digitale.

Ed è qui che entra in scena Toyama Shigehiko. 

All’inizio della lettura ero un po’ scettica: come avrebbe potuto aiutarmi a mettere ordine nei pensieri un saggio scritto nel 1983, all’alba della rivoluzione digitale?

Alcuni spunti sono piuttosto difficili da mettere in pratica. Un esempio? Toyama ci dice che il momento in cui siamo più produttivi è il mattino prima di colazione. Come potremmo allora aumentare la nostra produttività alla luce di questo dato? Semplice: posticipando la colazione…all’ora di pranzo! Ecco, qui, per me, non ci siamo proprio.

Proseguendo la lettura, però, si trovano suggerimenti interessanti e applicabili anche alla quotidianità del 2026. Ho imparato che idee e pensieri hanno bisogno di tempo per fermentare e bisogna avere pazienza, tanta pazienza. Ho imparato che un unico argomento è troppo, e che le contaminazioni sono sacre. Ho imparato che sì, è sempre una buona idea avere un taccuino o un’agenda con sé, ma che se non si impara a selezionare, catalogare e riordinare, potrebbe non servire a granché. Ho imparato anche che le idee migliori nascono sempre in tre luoghi. Quali siano, però, lo lascio scoprire a voi.

Ah, quasi dimenticavo. Ho anche imparato che in giapponese esiste un termine che indica la pratica di acquistare libri senza poi trovare il tempo di leggerli, accumulandoli: tsundoku. Se siete su questo blog, sospetto che siate della cricca anche voi.

Durata della lettura:  Tre giorni
Bevanda consigliata: Una tazza di tè bancha
Formato consigliato: Cartaceo
Età di lettura consigliata: dai 14 anni
Consigliato a chi è piaciuto: Il magico potere del riordino, di Marie Kondo
, e L'arte della semplicità, di Dominique Loreau


"Resta allora una domanda: come ampliare il più possibile il tempo "prima di colazione"?”  


Si ringrazia la casa editrice per la copia omaggio
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...